Archivi autore: Jessica Di Paola Torelli

Relazioni e interferenze

Le relazioni sono un luogo privilegiato di interferenza.

Possiamo utilizzarle per osservare quanto sia automatico il bisogno di esprimere delle idee, per lo più sull’altro.
Sono idee che provengono dalla mente.
Alimentano pensieri ed emozioni. Ognuno ha il suo personale copione da confermare.
In verità l’unica possibilità che abbiamo è intercettare ciò che c’è momento per momento, ma siamo anche chiamati a risvegliarci dall’illusione dell’efficacia di questa modalità di relazionarci al mondo.
E questa illusione non ha a che fare con l’amore per l’altro. Mai.
Molto spesso facciamo questo perché ricerchiamo una rassicurazione, perché abbiamo aspettative, perché non vogliamo essere coinvolti in qualcosa che non ci piace.
Ecco che così esprimiamo un giudizio, diamo il nostro parere, entriamo sempre più nel mentale e ci allontaniamo dalla vita.
Con questo “fare” alimentiamo il nostro senso di separazione e andiamo avanti una vita così. Separati, spaccati tra come vorremmo che fosse e come è.
Non esistono coppie libere, non esistono relazioni libere, non esistono menti individuali libere.
E’ importante restare svegli a questo meccanismo dell’ego, vedere la cella dentro cui ci chiudiamo e ascoltare quello che c’è veramente dietro le nostre convinzioni.
E’ sempre qualcosa che riguarda noi, mai l’altro.
A volte è necessario percepire attraverso il silenzio, il respiro e la pratica all’ascolto, la pace che esiste al di là di tutte le immagini, le proiezioni.
E’ utile rompere l’illusione, perché è proprio in quella presenza, in quella attenzione sveglia, che risiede l’unica libertà reale che abbiamo a disposizione.

Non credere a nulla

Quando ci si identifica con un sistema, un insegnamento, un insegnate, significa che la mente ha acchiappato qualcosa, all’origine utile per la nostra crescita, e lo ha trasformato nell’ennesimo nutrimento per l’ego.
Lo si può osservare nel senso di separazione che questo crea dentro.

In una parte di noi nascerà infatti la nuova credenza di essere in qualche modo diversi, migliori, più spirituali, più consapevoli, di saperne di più, di essere più avanti di qualcun altro, di appartenere ad un gruppo in cui riconoscerci, finalmente sentendoci al sicuro, alimentando una nuova immagine di noi, attraverso l’ennesima proiezione della mente.
Attraverso questa nuova gabbietta avverrà il solito meccanismo di imprigionare la Vita dentro i limiti dell’io.
L’idea di fare a meno di quel sistema, di quel gruppo, di quell’insegnante ci farà percepire di nuovo persi, il vuoto tornerà a trovarci.

Quindi in fin dei conti era l’attaccamento che ci dava un falso senso di sicurezza.

Disposti o meno a riconoscerlo, questo è quello che frequentemente accade. Disposti o meno a riconoscerlo, questa è spesso la vibrazione che hanno le cose che diciamo, le relazioni che abbiamo.
Accogliere il vuoto è accogliere la nostra vera essenza.
Tutto il resto è provvisorio.
Oggi vedo con chiarezza il senso dell’aver lasciato andare così tante cose e persone nella mia vita.

E del mio non aver mai creduto a nulla.

[Immagine di Shira Sela shirasela.com]

La vera armonia

Leggo articoli sensazionalisti sull’aumento del numero di vegani ad ogni batter di ciglia. Vedo fiorire blog, pagine, siti vegani ad ogni refresh di pagina. In parte ritengo che questo faccia parte di una naturale evoluzione umana e gioisco di questa trasformazione, la nostra salute è strettamente legata a quella del pianeta e viceversa.
Ma credo che non sempre questo cambiamento è accompagnato da consapevolezza e men che meno da una reale armonia.
Tale spinta dovrebbe essere approfondita al di là delle identificazioni, come un pò per tutto.
Essere vegani non significa affatto mangiare in modo equilibrato e men che meno assicura un ordine col pianeta, con l’ambiente e con noi stessi. Anzi, osservo quanto la rabbia ed il giudizio facciano spesso parte del lessico emozionale vegano. Questo mi fa presumere che il cambiamento alimentare non sempre concordi con un cambiamento di coscienza. La mente ha piuttosto creato una nuova etichetta, un ennesimo schieramento dietro cui ripararsi per fuggire al proprio tormento interiore.
L’energia del cibo è qualcosa che vale la pena approfondire, conoscere, sperimentare.
Siamo davvero disposti a semplificare i nostri gusti? Ad avvicinarci agli alimenti per quello che è il loro sapore in natura, rinunciando allo stimolo continuo che ci conforta nel grasso, nello zucchero, nell’esotico, negli stimolanti, nei condimenti? Stiamo ascoltando veramente cosa ci serve mangiare adesso, prendendoci la piena responsabilità adulta dei nostri bisogni e della nostra salute? Siamo aperti ad un sentire qualcosa che va ben al di là di un’ideologia, un’idea? Nel caso delle scelte basate su una motivazione etica, animalista siamo disposti ad accogliere il nostro animale ferito e maltrattato e prendercene cura? Siamo disposti a lasciare andare tutto quello che consegue al cambiare la nostra vibrazione interiore? Parliamo ancora di colpe, di bene di male, di ragione? Crediamo ancora di essere separati da Tutto o anche solo da qualcosa?

Nishime

Nishime è una parola giapponese, che possiamo liberamente tradurre in “stufare a lungo” o qualcosa di simile. Lo stile di cottura Nishime è uno dei più appropriati per aiutarci in questo freddo, conferisce forza, pace e calore. Queste qualità sono in risonanza con quelle che ha la Natura in questo periodo dell’anno, l’inverno, una stagione umida, fredda, intima.

La natura in questo momento dell’anno si ritira, va dentro ed è più silenziosa. Armonizzarci a lei significa non solo consumare prodotti di stagione (quindi evitare pomodori o zucchine, melanzane etc..!) ma anche usare preparazioni, cotture e consistenze che supportano in noi questo equilibrio con l’inverno.
Osserviamo come si comporta la Natura e di cosa abbiamo bisogno davvero adesso. Certamente la prima cosa è calore! Ecco quindi la necessità di cotture lunghe, lente, dove l’energia del fuoco si trasferisce nel cibo che mangiamo e con cui possiamo supportare noi stessi.

Tutto questo contrasta con quanto siamo abituati a credere, in una visione esclusivamente materica del cibo.
Non ha per nulla senso bere tutte le mattine spremute di arance, il crudo è Yin, ossia conferisce freddo, aumenta l’umidità nel nostro organismo e ci rende più deboli, le arance sono frutta (Yin) che cresce nei paesi caldi (Yang), quindi aiuta a raffreddare chi vive in quel tipo di clima.

Può crearci disorientamento in un primo momento, ma questo perché non siamo abituati ad una visione energetica del cibo, qui non parliamo solamente di calorie, osserviamo come il cibo contiene moltissimi aspetti oltre la materia, le calorie blablabla e informazioni fondamentali per la nostra salute.
Ricordiamoci che il cibo ha sopratutto il ruolo di armonizzarci con l’ambiente, la stagione, le esigenze che abbiamo in un determinato momento e in relazione al rapporto dentro di noi/fuori di noi.

P.S. Se avete la fissazione della vitamina C e vi state già allarmando, sappiate che i cavoli la contengono doppiamente rispetto alle arance.

Punti di vista e lati del tavolo.

Il mio tavolo ha un lato con un cassetto e un lato senza cassetto.

L’altro giorno ho modificato la sua direzione, sostanzialmente ne ho capovolto i lati. Una cosa semplice. Se prima il lato del cassetto era verso la porta, ora è verso la finestra, e viceversa. Questo è accaduto tre giorni fa.
Da tre giorni, continuo in automatico ad andare dal lato sbagliato per aprire il cassetto. Il lato vecchio. Un gesto automatico.  E continuo imperterrita a portare la mano al tavolo in cerca del pomello del cassetto, senza ovviamente trovarlo. Allora sobbalzo per un momento, ho come un risveglio e mi accorgo che è il lato sbagliato e che devo cercare dal lato contrario.

Questo accadimento è una fantastica occasione per praticare la Presenza.

Osservo che sono come addormentata, nella mente, è il mio pilota automatico che mi conduce a ripetere inconsapevolmente gli stessi gesti, allora l’attenzione va proprio a questo e ritorno nel corpo. Dal nuovo lato del tavolo. Quanto sono nelle cose, senza l’automatismo delle cose, mentre io sono altrove?
Nel momento in cui mi accorgo della novità, mi accorgo che ero assente e mi riporto nel Presente, qui e ora.

Percorsi ripetuti mille volte uguali dalla mente e solo perché conosciuti ritenuti veri.
Pensieri ed emozioni a cui siamo abituatissimi a credere e che portano a strade già battute e ribattute e medesimi risultati. Frasi fatte, gesti retorici.

E’ la vita che ci riporta al presente, col suo modo di cambiare continuamente, con gli accadimenti che di punto in bianco ribaltano le nostre certezze.

Quanta freschezza hanno i tuoi gesti, quanto sono frutto di abitudine?

E tu puoi provare a spostare il tuo tavolo?

Un buon esercizio per la consapevolezza e la Presenza è prendere una qualsiasi abitudine che abbiamo (la strada per andare al lavoro, la telefonata che compiamo tutti i giorni, la spesa che facciamo al supermercato) e osservarci da fuori, osservare i gesti, le scelte, i movimenti dentro di noi.

Osando possiamo poi anche provare a cambiare strada e vedere l’effetto che fa.

[Immagine di Caras Ionut]

Di cosa non puoi ridere tu?

Qualche giorno fa ho avuto una giornata impregnata da grande sofferenza, non c’era un particolare motivo.
Stavo solamente sgusciando dentro la mia inconsapevolezza.
L’inconsapevolezza non è assolutamente nulla di complicato e nemmeno un concetto, è solo uno stato di non-presenza, di non-attenzione.

In quel momento stavo credendo ai miei pensieri come reali e alle mie emozioni come totali. Stavo credendo che emozioni e pensieri fossero me e mi stavo dimenticando della parte di me in pace che non ha nulla da difendere o dimostrare.
La parte di me libera dallo psicodramma con cui, ciascuno di noi, per la maggior parte del tempo cammina, mangia, dorme, si relaziona, litiga, si separa, si ammala; lo zainetto di maschere che ci portiamo dietro e che indossiamo continuamente e compulsivamente.

Ho osservato con attenzione quanto fosse fagocitante l’energia di questa credenza, ho osservato senza cambiare nulla, senza modificare, migliorare, lo spessore di questa energia.
Ho lasciato accadere, ma da sveglia.

Mi rendo conto che una domanda importante da farsi è: di cosa non posso ridere? Su cosa devo essere seria?

Ahimè, quasi tutti abbiamo qualcosa di così importante da voler essere difeso. Quasi tutti abbiamo un’identità da voler preservare. Quasi tutti abbiamo un piccolo e fragile ego.
Anche se lo nascondiamo benissimo (malissimo) dietro un grosso suv, una malattia importante, un’immagine, una nazionalità, appartenenza, giudizio o un evento tragico da portare al mondo come il nostro personale manifesto.

Quando ridiamo di qualcosa che l’ego tiene stretto o qualcuno ride di noi, del nostro dramma, della nostra malattia, delle nostre paure, dei nostri valori, delle nostre convinzioni, delle nostre credenze, della nostra storia personale possiamo immediatamente sentire e riconoscere l’ego e la ferocia con cui non intendiamo assolutamente lasciare andare la maschera, riconosciamo subito l’attaccamento alla nostra sofferenza.

Qualcuno deride la nostra transitoria identità. Il terrore che tutto possa crollare, quella precaria impalcatura che ci siamo costruiti con le nostre personalissime e opinabili continue divisioni tra il bene e il male, tra il giusto e lo sbagliato, è un continuo vivere per difendere qualcosa di infinitamente caduco, effimero.

Per lo più tutti noi viviamo di superstizioni.

Mentre quanto è davvero prezioso in noi, la fiammella della Presenza è al sicuro già da sempre.

Quanta della nostra sofferenza è necessaria, reale, connessa al presente?
Quanto siamo aggrappati alla nostra sofferenza e chiediamo che venga riconosciuta nel 100% delle nostre relazioni (che esistono esattamente per mostrarci questo)?
Quanto siamo disposti a rinunciare a questa serietà?
Quanto siamo disposti a lasciare andare quest’idea di noi stessi?
Quanto siamo disposti a guardare oltre il sipario?

Di cosa non puoi ridere tu?

Il dolore che vuoi difendere è il dolore di cui non ti libererai.

Osserva quello spazio e troverai lì la leggerezza con cui concimare un terreno nuovo, fertile per il tuo cuore e attraverso cui guarire un pò.

[Immagine di Holly Andres]

What’s reality?

Sono a Milano e giro con la macchina per andare in un posto.
Incontro: donne in pelliccia che si tamponano e si gridano di tutto ferocemente, smog altezza guinzaglio, altezza carrozzina, altezza skateboard, altezza ombrello, altezza cielo, negozi stracolmi di merce tra cui biscotti peppa pig strafosforescenti, persone povere da non avere da mangiare e l’aria malconcia, inquinamento acustico ed elettromagnetico dato da telefonini incollati a rincoglionire la nostra intuizione o terzo occhio, un camioncino che fa la retro mentre sto girando e contemporaneamente un’altro che la fa verso la mia fiancata e quando schivo tutto uno che apre lo sportello di botto, Milan le un gran Milan con le vetrine e le magliettine bianche firmate a 290 euro, i cartelli delle marche giapponesi che si illuminano, culi di donne in ogni dove sulle pubblicità dell’estate, la festa della donna e no grazie non voglio la mimosa, gente che mangiano da mcdonald e posti così, poche librerie.

Ad un certo punto, mentre ascolto una canzone di Anna Oxa degli anni 80 e canto, vedo una ragazza col casco che sta mettendo nel bauletto dello scooter due pacchetti di grissini torinesi, non so perchè ma questa immagine mi connette ad un odore antico e veloce sento la Morte per quella che è, vicina, in ogni istante, dolce sorella della vita, maestra di Presenza e lucidità.

E’ questa connessione che mi porta di scatto in me. Pienamente. All’essenza del momento. E’ come un moto di espansione dentro, un richiamo alla Presenza e sento il Testimone che sveglio, silente e in Pace osserva.

Tutto continua a fluire uguale ma diverso, è come un richiamo alla vita improvviso e leggero che mi provoca un rilassamento nel corpo che riesco a percepire e individuare.

Alzo gli occhi e vedo una coppia che guarda il cielo e ride, si spintona con una confidenza che diverte anche me, poi un bambino che slingua con un cane, vedo una donna bellissima che corre in via Vitruvio e osservo i suoi capelli biondi lunghi come una sciarpa di seta e lei sembra andare a rallentatore, poi sento un profumo di sugo buonissimo, vedo chiaramente che c’è un movimento nelle cose, nelle persone, nella vita che viaggia in parallelo all’idea che ho io sulle cose, in parallelo alla separazione dalla realtà che consegue dai mie giudizi, qualcosa di totalmente autonomo, indipendente che mi basta un respiro per ritrovare.

Quanto spazio, quanta bellezza se solo guardo attraverso il Testimone

What’s reality?

Guaritori, aiutanti e assistenti

Voi soffrite a causa vostra.

Edward Bach

I Fiori di Bach sono 38, Bach in una prima fase li suddivise in 12 guaritori, 7 aiutanti e 19 assistenti

I 12 guaritori sono fiori tipologici, animici, la cui virtù corrisponde alla lezione della nostra vita. Uno è il fiore guaritore per ciascuno di noi, così come una è la lezione che il nostro Sè superiore ha scelto di incontrare attraverso il suo personale programma d’incarnazione.

[Agrimony, Centaury, Cerato, Chicory, Clematis, Gentian, Impatiens, Mimulus, Rock Rose, Scleranthus, Vervain, Water Violet]

I 7 aiutanti sono fiori che aiutano ad osservare le cristallizzazioni che ciascuno di noi ha sviluppato per difendersi dal dolore, essi ci aiutano ad andare oltre le nostre resistenze.

[Gorse, Heather, Oak, Olive, Rock Water, Vine, Wild Oat]

I 19 assistenti sono fiori che rappresentano il nostro dolore più cronico, la sofferenza che proviene dalle nostre forme pensiero inefficaci, a loro volta derivanti dal nostro modo errato di interpretare la realtà.

[Aspen, Beech. Cherry Plum, Chestnut Bud, Crab Apple, Elm, Holly, Honeysuckle, Hornbeam, Larch, Mustard, Pine, Red Chestnut, Star of Bethlehem, Sweet Chestnut, Walnut, White Chestnut, Wild Rose, Willow]

I primi due gruppi si ottengono tramite il metodo della solarizzazione, ossia posizionando delicatamente le corolle dei fiori o le parti della pianta dentro una ciotola d’acqua posizionata al sole, in tal modo l’informazione vibrazionale del fiore viene ceduta all’acqua che rappresenta il vettore per la trasmissione energetica, insieme alla luce.

Il terzo gruppo viene estratto invece tramite il metodo della bollitura, in questi fiori si introduce quindi l’elemento del fuoco, nella sua qualità alchemica di trasformatore, ma anche ad indicare l’intensità della sofferenza e delle tematiche.


Bach suddivise in un secondo momento i fiori in settenari, egli conosceva l’importanza del numero 7: numero perfetto, magico, legato alla comunicazione divina e alla creazione, un numero che appartiene in qualche modo ad un ordine superiore e ci connette alla dimensione spirituale.

Individuò quindi 7 archetipi o gruppi emozionali e le virtù corrispondenti da sviluppare:

1. la paura / la capacità di comprendere e valutare [Rock Rose, Mimulus, Cherry Plum, Aspen, Red Chestnut]

2. l’ incertezza / la fiducia in sé stessi [Cerato, Scleranthus, Gentian, Gorse, Hornbeam, Wild Oat]

3. lo scarso interesse per il presente / la vitalità e la consapevolezza [Clematis, Honeysuckle, Wild Rose, Olive, White Chestnut, Mustard, Chestnut Bud]

4. la solitudine / l’appagamento in sé stessi [Water Violet, Impatiens, Heather]

5. l’ipersensibilità alle influenze e alle idee altrui / l’equilibrio emotivo [Holly, Walnut, Centaury, Agrimony]

6. lo scoraggiamento o la disperazione / la fede e la speranza [Crab Apple,Oak, Willow, Star of Bethlehem, Sweet Chestnut, Elm, Larch, Pine]

7. l’ eccessiva preoccupazione per altri / la giusta considerazione [Rock Water, Beech, Vine, Vervain, Chicory]


Il Rescue Remedy è una sinergia d’emergenza che Bach creò come rimedio di pronto soccorso. E’ composto da 5 fiori: Clematis, Cherry Plum, Star of Bethlehem, Rock Rose, Impatiens.

E’  utile nei casi di traumi o shock come brutte notizie improvvise, incidenti, attacchi d’ansia o di panico etc. Non sostituisce il trattamento floriterapico e va considerato nella sua accezione di emergenza.

Nella Rescue Cream ai 5 fiori è aggiunto anche Crab Apple. E’ l’equivalente del rimedio di emergenza ma sottoforma di crema.

E’ utile per tutti quei problemi di pelle che richiedono un intervento immediato come le punture di insetti, le scottature, le contusioni, le piccole ferite, l’escoriazioni, le cicatrici, le piaghe etc.

Occuparsi dei propri affari

Riesco a trovare solo tre tipi di affari nell’universo: i miei, i tuoi e quelli di Dio. (Per me, la parola Dio significa “realtà”. La realtà è Dio perché è al comando. Tutto ciò che è al di là del mio controllo, del tuo controllo e del controllo di chiunque altro ― io lo chiamo gli affari di Dio)
Gran parte del nostro stress deriva dal vivere mentalmente fuori dai nostri affari. Se penso “Dovete trovarvi un lavoro, voglio che siate felici, dovete essere puntuali, avete bisogno di prendervi più cura di voi stessi”, sono nei vostri affari. Se mi preoccupo dei terremoti, delle inondazioni, della guerra o di quando morirò, sono negli affari di Dio. Se sono mentalmente nei vostri affari o in quelli di Dio, il risultato è la separazione. Me n’ero accorta all’inizio del 1986. Quando andavo mentalmente negli affari di mia madre, per esempio, con pensieri come “Mia madre dovrebbe capirmi”, provavo immediatamente un senso di solitudine. E capii che ogni volta che mi ero sentita ferita o sola, nella mia vita, ero stata negli affari di qualcun altro.
Se tu vivi la tua vita e io vivo mentalmente la tua, chi vive la mia qui? Siamo entrambi là. Essere mentalmente nei tuoi affari m’impedisce di essere presente ai miei. Mi separo da me stessa chiedendomi perché la mia vita non funziona.
Pensare di sapere che cosa sia meglio per chiunque altro, è essere fuori dai miei affari. Anche se è in nome dell’amore, è pura arroganza; e il risultato è tensione, ansia e paura.

So che cos’è giusto per me? Questo è il mio unico affare.

Lascia che mi occupi di questo, prima di cercare di risolvere i tuoi problemi al posto tuo.
Capire i tre tipi di affari a sufficienza per restare nei tuoi, libererà la tua vita in un modo che non puoi nemmeno immaginare. La prossima volta in cui ti sentirai stressato e a disagio, chiediti negli affari di chi sei mentalmente e probabilmente scoppierai a ridere. Questa domanda può riportarti a te stesso. E forse vedrai che non sei mai stato realmente presente, che hai vissuto mentalmente negli affari degli altri per tutta la vita. Solo notando che sei negli affari di qualcun altro, può riportarti al tuo meraviglioso sé.
Mettendolo in pratica per un certo periodo, potresti scoprire che non esiste nemmeno un tuo affare, e che la tua vita va perfettamente avanti da sola.

[tratto da Il Piccolo Libro – The Work of Byron Katie]
[immagine di Laura Bernardi]

Le scelte, un finto dilemma.

Una cara persona porta la tematica della scelta (nel caso specifico convivenza o no).

Tutti abbiamo delle domande, scelte che ci tormentano e vorremmo avere una risposta soddisfacente. O forse tutti cerchiamo un riparo definitivo nel nostro cuore dalla paura, dal dolore, dai cambiamenti. Facciamo tante assicurazioni, esami, usiamo parole come per sempre o mai nei nostri personali riti scaramantici e sciamanici per allontanare lo spettro del mutamento perdendoci di fatto il Presente.

Credo che questo in parte sia legato al fatto che non siamo stati educati alla morte come la naturale sorella della vita, veniamo educati ad averne paura e a rifuggirla aggrappandoci a una miriade di false sicurezze che ci allontanano da essa e dal suo pensiero. Così spesso non viviamo una vita serena e non abbiamo una morte serena. Così spesso abbiamo delle lacerazioni interiori nel prendere decisioni.

Non siamo affidati alla Vita, tentiamo di controllarla aggrappandoci e abbiamo difficoltà a lasciare andare, lasciare essere le cose, permettergli di manifestarsi.

Tutti abbiamo le stesse menate e questo dovrebbe farci sorridere e alleggerirci perché ci aiuta a osservare che non esiste una sofferenza “personale” e che non siamo più o meno scemi o intelligenti di nessuno.

Sono convinta che qualsiasi scelta contenga una fondamentale menzogna, la quale è ancora una volta il modo perfetto ma solito attraverso cui l’ego ci assicura l’appuntamento con la sofferenza.
Mi spiego: scegliere significa spostarsi dal presente immaginando un futuro e degli scenari e delle conseguenze alla scelta A, B o C. alcuni saranno straordinari altri catastrofici.

Ci mettiamo così in quello spazio assolutamente sbalzato fuori dal presente in cui creiamo un aspettativa piuttosto che un altra e creiamo l’ idea di dover imbroccare la cosa giusta che ci assicurerà la felicità, la sicurezza, la soddisfazione etc. (come se poi qualcuna di queste condizioni, ancorchè raggiunte, siano immutabili!)

Ma se noi spostiamo nel presente la nostra attenzione, con facilità possiamo sentire sciogliersi tutti i tormenti legati alla scelta.

E paradossalmente le scelte non vengono fatte, ma accadono.

Se osserviamo la scelta è un modo ancora una volta con cui ci giudichiamo e ci assicuriamo la tortura della mente, la paura (perché non ci fidiamo ma vogliamo controllare) l’aspettativa di ottenere un risultato: tutti modi per spostare l’attenzione dall’adesso, l’adesso è uno spazio dove sempre risiede sempre quiete, vuoto, non bisogno di scegliere proprio nulla, ma dove incontriamo solo la vita con quello che c’è.
La scelta è un prodotto della mente e come tale alimenta uno spostamento nel tempo, l’aspettativa di un risultato, voler ottenere qualcosa che ora non ho (per es. sarò più felice se, non soffrirò più se blablabla).
Restare nel presente sperimentando le cose della vita (es. una convivenza) credo sia meglio, alleggerisce il carico di tutti i drammi che provengono dal senso di separazione continuo a cui facciamo riferimento e che ancora mettiamo dentro la tragedia personale (o commedia?) che alimenta il nostro tormento. E’ proprio un circolo vizioso.

È di certo utile sentire nel nostro luogo interiore di saggezza cosa ci viene indicato, quale il suggerimento dell’anima ma attenzione a non confondere il sentire, una saggezza che il corpo possiede eccome, con le emozioni ricorrenti, quelle in cui ci siamo identificati e che lasciamo dominarci e dominare il nostro personaggio, i dolori ricorrenti, ancora una volta spesso derivanti dal nostro ego che ci conferma tramite il corpo di dolore tutte le idee che abbiamo su una cosa, alimentando come benzina sul fuoco il nostro solito drammino interiore…il personaggio… l’idea che se avremo o non avremo quella cosa staremo finalmente meglio. Sono cose ben diverse.
E credo davvero che solo stando nel presente riusciamo a imparare a distinguerle e fidarci del vero sentire.

Siamo disposti a non controllare il nostro futuro? A lasciare che la vita si compia e si svolga nel modo più semplice che essa conosce e dove è davvero racchiuso il nostro massimo bene?

È più semplice sperimentarlo che stare qua a parlarne.

[Immagine di Alessandra Fusi]