Archivio mensile:Marzo 2015

Di cosa non puoi ridere tu?

Qualche giorno fa ho avuto una giornata impregnata da grande sofferenza, non c’era un particolare motivo.
Stavo solamente sgusciando dentro la mia inconsapevolezza.
L’inconsapevolezza non è assolutamente nulla di complicato e nemmeno un concetto, è solo uno stato di non-presenza, di non-attenzione.

In quel momento stavo credendo ai miei pensieri come reali e alle mie emozioni come totali. Stavo credendo che emozioni e pensieri fossero me e mi stavo dimenticando della parte di me in pace che non ha nulla da difendere o dimostrare.
La parte di me libera dallo psicodramma con cui, ciascuno di noi, per la maggior parte del tempo cammina, mangia, dorme, si relaziona, litiga, si separa, si ammala; lo zainetto di maschere che ci portiamo dietro e che indossiamo continuamente e compulsivamente.

Ho osservato con attenzione quanto fosse fagocitante l’energia di questa credenza, ho osservato senza cambiare nulla, senza modificare, migliorare, lo spessore di questa energia.
Ho lasciato accadere, ma da sveglia.

Mi rendo conto che una domanda importante da farsi è: di cosa non posso ridere? Su cosa devo essere seria?

Ahimè, quasi tutti abbiamo qualcosa di così importante da voler essere difeso. Quasi tutti abbiamo un’identità da voler preservare. Quasi tutti abbiamo un piccolo e fragile ego.
Anche se lo nascondiamo benissimo (malissimo) dietro un grosso suv, una malattia importante, un’immagine, una nazionalità, appartenenza, giudizio o un evento tragico da portare al mondo come il nostro personale manifesto.

Quando ridiamo di qualcosa che l’ego tiene stretto o qualcuno ride di noi, del nostro dramma, della nostra malattia, delle nostre paure, dei nostri valori, delle nostre convinzioni, delle nostre credenze, della nostra storia personale possiamo immediatamente sentire e riconoscere l’ego e la ferocia con cui non intendiamo assolutamente lasciare andare la maschera, riconosciamo subito l’attaccamento alla nostra sofferenza.

Qualcuno deride la nostra transitoria identità. Il terrore che tutto possa crollare, quella precaria impalcatura che ci siamo costruiti con le nostre personalissime e opinabili continue divisioni tra il bene e il male, tra il giusto e lo sbagliato, è un continuo vivere per difendere qualcosa di infinitamente caduco, effimero.

Per lo più tutti noi viviamo di superstizioni.

Mentre quanto è davvero prezioso in noi, la fiammella della Presenza è al sicuro già da sempre.

Quanta della nostra sofferenza è necessaria, reale, connessa al presente?
Quanto siamo aggrappati alla nostra sofferenza e chiediamo che venga riconosciuta nel 100% delle nostre relazioni (che esistono esattamente per mostrarci questo)?
Quanto siamo disposti a rinunciare a questa serietà?
Quanto siamo disposti a lasciare andare quest’idea di noi stessi?
Quanto siamo disposti a guardare oltre il sipario?

Di cosa non puoi ridere tu?

Il dolore che vuoi difendere è il dolore di cui non ti libererai.

Osserva quello spazio e troverai lì la leggerezza con cui concimare un terreno nuovo, fertile per il tuo cuore e attraverso cui guarire un pò.

[Immagine di Holly Andres]

What’s reality?

Sono a Milano e giro con la macchina per andare in un posto.
Incontro: donne in pelliccia che si tamponano e si gridano di tutto ferocemente, smog altezza guinzaglio, altezza carrozzina, altezza skateboard, altezza ombrello, altezza cielo, negozi stracolmi di merce tra cui biscotti peppa pig strafosforescenti, persone povere da non avere da mangiare e l’aria malconcia, inquinamento acustico ed elettromagnetico dato da telefonini incollati a rincoglionire la nostra intuizione o terzo occhio, un camioncino che fa la retro mentre sto girando e contemporaneamente un’altro che la fa verso la mia fiancata e quando schivo tutto uno che apre lo sportello di botto, Milan le un gran Milan con le vetrine e le magliettine bianche firmate a 290 euro, i cartelli delle marche giapponesi che si illuminano, culi di donne in ogni dove sulle pubblicità dell’estate, la festa della donna e no grazie non voglio la mimosa, gente che mangiano da mcdonald e posti così, poche librerie.

Ad un certo punto, mentre ascolto una canzone di Anna Oxa degli anni 80 e canto, vedo una ragazza col casco che sta mettendo nel bauletto dello scooter due pacchetti di grissini torinesi, non so perchè ma questa immagine mi connette ad un odore antico e veloce sento la Morte per quella che è, vicina, in ogni istante, dolce sorella della vita, maestra di Presenza e lucidità.

E’ questa connessione che mi porta di scatto in me. Pienamente. All’essenza del momento. E’ come un moto di espansione dentro, un richiamo alla Presenza e sento il Testimone che sveglio, silente e in Pace osserva.

Tutto continua a fluire uguale ma diverso, è come un richiamo alla vita improvviso e leggero che mi provoca un rilassamento nel corpo che riesco a percepire e individuare.

Alzo gli occhi e vedo una coppia che guarda il cielo e ride, si spintona con una confidenza che diverte anche me, poi un bambino che slingua con un cane, vedo una donna bellissima che corre in via Vitruvio e osservo i suoi capelli biondi lunghi come una sciarpa di seta e lei sembra andare a rallentatore, poi sento un profumo di sugo buonissimo, vedo chiaramente che c’è un movimento nelle cose, nelle persone, nella vita che viaggia in parallelo all’idea che ho io sulle cose, in parallelo alla separazione dalla realtà che consegue dai mie giudizi, qualcosa di totalmente autonomo, indipendente che mi basta un respiro per ritrovare.

Quanto spazio, quanta bellezza se solo guardo attraverso il Testimone

What’s reality?